La capacità di produzione di acqua dissalata in Arabia Saudita è passata da circa 9 milioni di metri cubi al giorno nel 2016 a più di 16 milioni nel 2025. Nello stesso periodo, il ricorso alle acque sotterranee non rinnovabili è sceso da circa 21 miliardi di metri cubi a circa 11 miliardi. Sono i due numeri con cui il Ministero dell’Ambiente, dell’Acqua e dell’Agricoltura ha descritto la trasformazione del settore idrico del Regno, indicando progressi nella sicurezza idrica.
Come ha riferito l’agenzia di stampa saudita SPA il 30 settembre 2026, i dati sono stati presentati dal vice ministro per la Ricerca e l’Innovazione, il dott. Abdulaziz Al-Malik, durante il settimo incontro della Water Research Community, a cui hanno partecipato esperti scientifici e soggetti coinvolti nello sviluppo del settore idrico saudita.
Il quadro tracciato dal ministero è quello di un settore in cambiamento: da un lato cresce la produzione di acqua dissalata, dall’altro diminuisce la dipendenza dalle falde non rinnovabili. Due movimenti che, secondo la ricostruzione del ministero, rafforzano il contributo del settore a una gestione sostenibile delle risorse idriche. Ma cosa significa, in concreto, tradurre questi numeri in una gestione quotidiana dell’acqua in un Paese che resta tra i più aridi al mondo?
Al-Malik ha spiegato che le sfide globali che interessano il settore idrico rendono necessari un uso più efficiente delle risorse, una gestione efficace della domanda, la riduzione delle perdite e un ricorso più ampio al riuso. Ha osservato che l’approccio del Regno alle esigenze in evoluzione del settore ha avuto un ruolo chiave nel definire le priorità nazionali per la ricerca, l’innovazione e la gestione sostenibile dell’acqua.
Il vice ministro ha inoltre indicato che l’iniziativa “Water Innovation Zone” rappresenta una piattaforma per riunire competenze e talenti e rispondere alle necessità e alle sfide del settore. La piattaforma, ha detto, facilita i test e la validazione di soluzioni innovative per accelerarne l’adozione e la diffusione in tutto il comparto idrico. Come si misura, però, l’efficacia di una piattaforma di questo tipo prima che le soluzioni arrivino su larga scala?
Il settimo incontro della Water Research Community ha riunito esperti scientifici e stakeholder impegnati nello sviluppo del settore. È il contesto in cui il ministero ha scelto di rendere pubblici i dati sulla capacità di dissalazione e sul calo del prelievo di acque sotterranee non rinnovabili. La Water Research Community, nella descrizione fornita, opera come luogo di confronto tra ricerca e attuazione: da un lato gli esperti scientifici, dall’altro i soggetti coinvolti nello sviluppo del settore. Non è chiaro, dai dati diffusi, quali progetti specifici siano stati discussi durante la settima riunione né quali decisioni operative ne siano derivate.
La crescita della capacità di dissalazione, da circa 9 milioni di metri cubi al giorno nel 2016 a più di 16 milioni nel 2025, è il dato più visibile della trasformazione descritta dal ministero. Si tratta di un aumento di oltre sette milioni di metri cubi al giorno in nove anni. Il ministero non ha indicato, nel materiale diffuso, come questa capacità sia distribuita tra i diversi impianti del Regno né quali tecnologie di dissalazione siano state privilegiate. Eppure la domanda resta: una capacità più ampia si traduce automaticamente in una maggiore sicurezza idrica per tutti i settori che dipendono dall’acqua?
Il secondo dato riguarda le acque sotterranee non rinnovabili, il cui utilizzo è sceso da circa 21 miliardi di metri cubi a circa 11 miliardi nello stesso arco di tempo. Si tratta di una riduzione di circa dieci miliardi di metri cubi. Il ministero collega questo calo al rafforzamento del contributo del settore a una gestione sostenibile delle risorse idriche. Le falde non rinnovabili, per definizione, non si ricostituiscono in tempi utili: ridurne il prelievo significa alleggerire una pressione che, nel lungo periodo, non sarebbe sostenibile. Ma quali usi hanno assorbito, nel frattempo, i volumi prima prelevati dalle falde?
Nelle dichiarazioni riportate da SPA, Al-Malik ha collegato le sfide globali del settore a quattro direzioni di lavoro: uso più efficiente delle risorse, gestione efficace della domanda, riduzione delle perdite e ampliamento del riuso. Sono indicazioni di metodo più che di risultato. La gestione della domanda, in particolare, riguarda il modo in cui l’acqua viene consumata da cittadini, agricoltura e industria; la riduzione delle perdite riguarda le reti di distribuzione; il riuso riguarda il recupero di acque già utilizzate. Il ministero non ha pubblicato, nel materiale diffuso, obiettivi quantitativi per ciascuna di queste direzioni. Come si conciliano, allora, questi indirizzi con la crescita demografica e con le esigenze di un’economia in espansione?
Il vice ministro ha affermato che l’approccio del Regno alle esigenze in evoluzione del settore ha contribuito a definire le priorità nazionali per la ricerca, l’innovazione e la gestione sostenibile dell’acqua. È il punto in cui la dimensione scientifica e quella politica si incontrano: le priorità nazionali di ricerca non nascono solo da esigenze tecniche, ma orientano risorse, bandi e collaborazioni. La Water Research Community, in questo senso, funziona come interfaccia tra chi produce conoscenza e chi deve applicarla. Resta da capire, però, con quali tempi le priorità definite si traducano in soluzioni adottate su scala nazionale.
Quanto alla “Water Innovation Zone”, la descrizione fornita la presenta come piattaforma per riunire competenze e talenti e per rispondere alle necessità e alle sfide del settore. Il suo compito dichiarato è facilitare test e validazione di soluzioni innovative, così da accelerarne adozione e diffusione nel comparto idrico. Test e validazione sono passaggi intermedi: servono a verificare che una soluzione funzioni prima di estenderla. Il ministero non ha indicato, nel materiale diffuso, quali soluzioni siano state testate, con quali risultati né quali siano state adottate. Eppure la domanda è centrale: quante delle soluzioni validate riescono poi a superare la fase di sperimentazione e a entrare nell’uso quotidiano?
Il contesto in cui questi dati vengono presentati è quello di una trasformazione dichiarata del settore idrico. Il ministero parla di progressi nella sicurezza idrica e collega la riduzione del prelievo di acque non rinnovabili a una gestione più sostenibile delle risorse. Sono affermazioni che si appoggiano su due serie di numeri: la capacità di dissalazione e i volumi di acque sotterranee. Il materiale diffuso non include, però, dati sulla qualità dell’acqua prodotta, sui costi energetici della dissalazione né sull’impatto ambientale degli impianti. Sono elementi che, in un settore ad alta intensità energetica come la dissalazione, pesano sulle scelte di lungo periodo. Come si inserisce, quindi, la crescita della dissalazione in una strategia più ampia di sostenibilità?
La settima riunione della Water Research Community ha visto la partecipazione di esperti scientifici e di stakeholder coinvolti nello sviluppo del settore. La composizione descritta suggerisce un lavoro congiunto tra ricerca e attuazione, ma il comunicato non specifica quali istituzioni, università o aziende fossero rappresentate. Non indica nemmeno se l’incontro abbia prodotto raccomandazioni formali o gruppi di lavoro dedicati. Il lettore resta con una domanda semplice: chi, esattamente, siede al tavolo in cui si definiscono le priorità di ricerca idrica del Regno?
I numeri diffusi dal ministero coprono un arco di nove anni, dal 2016 al 2025. In questo periodo la capacità di dissalazione è quasi raddoppiata e il prelievo di acque sotterranee non rinnovabili è quasi dimezzato. Sono due tendenze che, se lette insieme, raccontano una sostituzione parziale di una fonte non rinnovabile con una fonte non convenzionale. La dissalazione, però, richiede energia e impianti; le acque sotterranee richiedono estrazione e gestione. Il ministero non ha reso noti, nel materiale diffuso, i costi relativi delle due opzioni né il mix energetico degli impianti di dissalazione. E allora la domanda si sposta sul futuro: quale sarà il prossimo passo dopo il calo del prelievo dalle falde?
Le dichiarazioni di Al-Malik insistono su efficienza, gestione della domanda, riduzione delle perdite e riuso. Sono leve che agiscono sulla domanda e sulla distribuzione, non solo sull’offerta. La crescita della capacità di dissalazione agisce invece sull’offerta. Un approccio che combina le due dimensioni è quello descritto dal vice ministro, che parla di un approccio del Regno alle esigenze in evoluzione del settore. Ma quanto pesa, nella pratica, la riduzione delle perdite rispetto all’aumento della produzione? Il materiale diffuso non offre cifre sulle perdite di rete né sugli obiettivi di riduzione.
Il ministero ha scelto la cornice dell’innovazione per presentare i dati. La “Water Innovation Zone” è l’iniziativa citata esplicitamente come piattaforma per competenze e talenti, con il compito di testare e validare soluzioni. La Water Research Community è il luogo in cui i dati sono stati presentati. Sono due strutture che lavorano su piani diversi: una sulla sperimentazione, l’altra sul confronto scientifico. Il collegamento tra le due, però, non è dettagliato nel materiale diffuso. Come arrivano, le soluzioni testate nella Innovation Zone, a diventare priorità della Research Community?
Il comunicato si chiude con i dati e con le dichiarazioni del vice ministro. Non indica importi di investimento, non elenca progetti specifici, non fornisce un calendario di obiettivi né un elenco delle soluzioni già validate. Non specifica quali esperti o istituzioni abbiano partecipato alla settima riunione. Non chiarisce se la “Water Innovation Zone” abbia già prodotto risultati misurabili. Sono omissioni che lasciano aperte le domande sul passaggio dalla sperimentazione all’adozione su larga scala. Il quadro che emerge, però, è quello di un settore che il ministero descrive in trasformazione, con due numeri a sostegno: più dissalazione, meno falde non rinnovabili.
Quali dati ha diffuso il ministero dell’Ambiente sull’acqua? Il ministero ha indicato che la capacità di produzione di acqua dissalata è passata da circa 9 milioni di metri cubi al giorno nel 2016 a più di 16 milioni nel 2025. Nello stesso periodo il ricorso alle acque sotterranee non rinnovabili è sceso da circa 21 miliardi di metri cubi a circa 11 miliardi. Il ministero collega questi due movimenti a progressi nella sicurezza idrica e a una gestione più sostenibile delle risorse.
Chi ha presentato i dati e in quale occasione? I dati sono stati presentati dal vice ministro per la Ricerca e l’Innovazione, il dott. Abdulaziz Al-Malik, durante il settimo incontro della Water Research Community. All’incontro hanno partecipato esperti scientifici e soggetti coinvolti nello sviluppo del settore idrico saudita. Come ha riferito l’agenzia di stampa saudita SPA il 30 settembre 2026, Al-Malik ha illustrato le sfide del settore e l’approccio del Regno alle esigenze in evoluzione.
Che cos’è la Water Innovation Zone citata dal vice ministro? Secondo la descrizione fornita, la Water Innovation Zone è una piattaforma che riunisce competenze e talenti per rispondere alle necessità e alle sfide del settore idrico. Il suo compito dichiarato è facilitare i test e la validazione di soluzioni innovative, così da accelerarne l’adozione e la diffusione nel comparto. Il materiale diffuso non indica quali soluzioni siano state testate né quali risultati siano stati ottenuti.
Quali direzioni di lavoro ha indicato Al-Malik? Al-Malik ha affermato che le sfide globali del settore idrico richiedono un uso più efficiente delle risorse, una gestione efficace della domanda, la riduzione delle perdite e un ricorso più ampio al riuso. Ha aggiunto che l’approccio del Regno ha contribuito a definire le priorità nazionali per la ricerca, l’innovazione e la gestione sostenibile dell’acqua. Il comunicato non riporta obiettivi quantitativi per ciascuna di queste direzioni.
Che cosa non è stato reso noto dal ministero? Il materiale diffuso non indica importi di investimento, progetti specifici, un calendario di obiettivi né un elenco delle soluzioni già validate. Non specifica quali istituzioni o esperti abbiano partecipato alla settima riunione della Water Research Community. Non fornisce dati sulle perdite di rete, sui costi energetici della dissalazione o sull’impatto ambientale degli impianti. Restano quindi aperti i tempi del passaggio dalla sperimentazione all’adozione su larga scala.
Perché i due dati diffusi sono collegati tra loro? La crescita della capacità di dissalazione e il calo del prelievo di acque sotterranee non rinnovabili sono presentati come due aspetti della stessa trasformazione. La dissalazione passa da circa 9 a più di 16 milioni di metri cubi al giorno tra il 2016 e il 2025; le falde non rinnovabili scendono da circa 21 a circa 11 miliardi di metri cubi. Il ministero collega questo quadro a un contributo più forte alla gestione sostenibile delle risorse idriche.





