Riyadh — Il Regno dell’Arabia Saudita ha condannato lunedì, con la massima fermezza, le continue pratiche provocatorie dei funzionari dell’occupazione israeliana e di un gruppo di coloni estremisti presso la Moschea di Al-Aqsa, comprese le violazioni della sua sacralità e del suo status religioso e storico, compiute sotto la protezione delle forze di occupazione.
Come ha riferito l’agenzia di stampa saudita SPA, la condanna è stata espressa in una dichiarazione del Ministero degli Affari Esteri, che ha ribadito il rifiuto del Regno di queste violazioni del diritto internazionale, le quali, secondo il ministero, provocano i sentimenti dei musulmani di tutto il mondo.
La dichiarazione non si è limitata agli episodi presso il sito sacro. Affrontando le dichiarazioni israeliane sull’annessione, il ministero ha affermato: «Il Regno condanna le dichiarazioni israeliane riguardanti l’annessione di aree nel Libano meridionale e di quelle che si estendono fino alla ‘Linea Gialla’ nella Striscia di Gaza. Afferma il suo rifiuto di qualsiasi tentativo espansionistico israeliano e sottolinea il diritto del popolo palestinese fratello di stabilire il proprio Stato indipendente sui confini del 1967, con Gerusalemme Est come sua capitale».
Sono due fronti distinti quelli toccati dalla nota saudita: da un lato la custodia e lo status di Al-Aqsa, dall’altro le rivendicazioni territoriali che riguardano il Libano meridionale e la Striscia di Gaza. Perché il Regno ha scelto di unire in un’unica dichiarazione la questione del santuario e quella delle annessioni? La risposta sta nella formula usata dal ministero, che parla di «qualsiasi tentativo espansionistico israeliano»: una condanna che non si limita a un singolo episodio, ma che inquadra le pratiche ad Al-Aqsa e le dichiarazioni di annessione come manifestazioni dello stesso fenomeno.
Il riferimento alla «Linea Gialla» nella Striscia di Gaza è un elemento specifico della dichiarazione. Si tratta di una linea che, secondo quanto riportato da SPA, è oggetto di dichiarazioni israeliane di annessione insieme alle aree nel Libano meridionale. Il ministero saudita non ha fornito ulteriori dettagli tecnici su quale porzione di territorio o quale tratto sia interessato, né ha indicato mappe o coordinate. Ha però chiarito la posizione di principio: il rifiuto di ogni tentativo espansionistico.
Quanto ad Al-Aqsa, la dichiarazione parla di «continue pratiche provocatorie» da parte di funzionari dell’occupazione israeliana e di «un gruppo di coloni estremisti», con «violazioni della sua sacralità e del suo status religioso e storico» avvenute «sotto la protezione delle forze di occupazione». Sono quattro elementi messi in fila dal ministero: i soggetti (funzionari e coloni), il luogo (la Moschea di Al-Aqsa), l’oggetto della violazione (sacralità, status religioso e storico) e le circostanze (la protezione delle forze di occupazione).
Il ministero ha anche precisato che queste violazioni costituiscono violazioni del diritto internazionale. È una qualificazione giuridica, non solo politica: il Regno, secondo il testo diffuso da SPA, «ribadisce il rifiuto di queste violazioni del diritto internazionale». E aggiunge che esse «provocano i sentimenti dei musulmani di tutto il mondo». Perché il richiamo ai musulmani nel loro insieme, e non solo ai palestinesi? La formulazione collega la questione di Al-Aqsa a una dimensione che va oltre il conflitto territoriale, richiamando la sensibilità religiosa di una comunità globale.
La parte della dichiarazione dedicata alla soluzione politica è altrettanto netta. Il ministero «sottolinea il diritto del popolo palestinese fratello di stabilire il proprio Stato indipendente sui confini del 1967, con Gerusalemme Est come sua capitale». È la formulazione classica della posizione saudita, ripresa qui in un contesto in cui il Regno denuncia sia le pratiche ad Al-Aqsa sia le dichiarazioni di annessione. Il termine «fratello» riferito al popolo palestinese non è neutro: indica un legame che il Regno rivendica esplicitamente.
La dichiarazione è stata diffusa lunedì. SPA ha riportato l’ora di pubblicazione: le 18:31 ora locale, le 15:31 GMT. Il testo porta la data del 28 settembre 2026 e l’indicazione di Riyadh come luogo di emissione. Non sono stati resi noti i nomi dei firmatari della dichiarazione, né il canale attraverso cui è stata trasmessa oltre alla pubblicazione da parte dell’agenzia di stampa saudita.
Vale la pena soffermarsi sulla sequenza degli argomenti scelta dal ministero. Prima la condanna delle pratiche ad Al-Aqsa, con l’aggettivo «continue» a indicare una reiterazione nel tempo. Poi il rifiuto delle violazioni del diritto internazionale e il riferimento ai sentimenti dei musulmani nel mondo. Infine le dichiarazioni sull’annessione e la rivendicazione dello Stato palestinese sui confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale. È una struttura che va dal fatto contestato al principio giuridico, e dal principio giuridico alla soluzione politica auspicata.
Il linguaggio usato è di condanna piena. Il Regno «condanna con la massima fermezza» le pratiche provocatorie; «condanna» le dichiarazioni di annessione; «afferma il suo rifiuto» di qualsiasi tentativo espansionistico; «sottolinea il diritto» del popolo palestinese. Quattro verbi, quattro passaggi, nessuna formula attenuata. Perché la scelta di non lasciare alcun margine interpretativo? In una dichiarazione ufficiale, la ripetizione dei verbi di condanna serve a escludere letture ambigue da parte degli interlocutori internazionali.
La questione di Al-Aqsa è presentata come una violazione che tocca «la sua sacralità e il suo status religioso e storico». Non si parla soltanto di un luogo di culto, ma di uno status che il testo definisce insieme religioso e storico. È una doppia qualificazione che amplia la portata della condanna: non riguarda solo la dimensione liturgica, ma anche quella della memoria e dell’identità. E il fatto che le violazioni siano descritte come compiute «sotto la protezione delle forze di occupazione» introduce un elemento di responsabilità che il ministero attribuisce esplicitamente a chi esercita il controllo sul terreno.
Sul fronte libanese, la dichiarazione menziona «aree nel Libano meridionale» senza specificare quali. Sul fronte di Gaza, indica le aree che «si estendono fino alla ‘Linea Gialla’». Sono due riferimenti geografici distinti, uniti dalla stessa condanna. Il ministero non ha pubblicato dettagli su quali dichiarazioni israeliane specifiche abbiano motivato la nota, né ha indicato date o autori di tali dichiarazioni. Il testo si limita a prenderne atto e a respingerle.
La rivendicazione dello Stato palestinese è formulata nei termini dei «confini del 1967», con «Gerusalemme Est come sua capitale». È una posizione che il Regno riafferma in questa dichiarazione senza aggiungere condizioni o passaggi intermedi. Il testo non parla di negoziati, non parla di tempistiche, non parla di garanzie: enuncia un diritto. E lo fa subito dopo aver respinto le dichiarazioni di annessione, stabilendo una contrapposizione diretta tra espansione e diritto.
Quanto pesa, in una dichiarazione di questo tipo, l’ordine con cui i temi vengono presentati? Al-Aqsa prima, l’annessione dopo. Il santuario, con la sua carica religiosa e il richiamo ai musulmani di tutto il mondo, apre la nota; la questione territoriale e la soluzione politica la chiudono. È una progressione che parte da ciò che unisce una comunità globale e arriva a ciò che riguarda un popolo e un territorio specifici. Il ministero non ha spiegato questa scelta, ma la sequenza è visibile nel testo diffuso da SPA.
La dichiarazione non contiene riferimenti a misure concrete, sanzioni, iniziative diplomatiche o passi successivi. Non indica se il Regno abbia convocato ambasciatori, presentato reclami formali o proposto azioni in sedi internazionali. Non nomina organizzazioni internazionali specifiche né meccanismi di monitoraggio. Si tratta, secondo quanto riportato, di una presa di posizione politica e giuridica, espressa attraverso il Ministero degli Affari Esteri.
Il contesto temporale è quello del 28 settembre 2026. La dichiarazione arriva in un momento in cui, secondo il testo, si registrano da un lato «continue pratiche provocatorie» ad Al-Aqsa e dall’altro «dichiarazioni israeliane riguardanti l’annessione». Il ministero non quantifica né data questi episodi. Non indica quante violazioni siano state registrate, né quando siano avvenute le dichiarazioni di annessione. Il lettore che cerca numeri o cronologie nella nota non li trova: la dichiarazione è costruita su qualificazioni giuridiche e politiche, non su un resoconto fattuale dettagliato.
Perché il riferimento allo status «religioso e storico» di Al-Aqsa merita attenzione? Perché sposta il piano della condanna dal presente al passato. Non si contesta soltanto un’azione odierna, ma si afferma che essa lede uno status consolidato nel tempo. È una formula che richiama la dimensione della custodia e della memoria, e che il ministero usa per qualificare le pratiche contestate come violazioni di qualcosa che preesiste e che non dovrebbe essere toccato.
Il richiamo al diritto internazionale completa il quadro. Il ministero non si appella a un principio politico astratto, ma a un corpo di norme che, secondo la sua lettura, risulta violato. È il passaggio che collega la condanna morale alla contestazione giuridica. E il fatto che il testo parli di «violazioni del diritto internazionale» al plurale suggerisce che il ministero consideri più di un profilo di illegittimità nelle pratiche descritte.
Sul versante palestinese, la formula usata è quella del «popolo palestinese fratello» e del suo «diritto» a uno Stato indipendente. Non è una concessione, non è una prospettiva: è un diritto affermato. I confini indicati sono quelli del 1967, la capitale indicata è Gerusalemme Est. Sono due elementi che il testo presenta come inscindibili nella posizione saudita. E la loro collocazione, subito dopo il rifiuto dell’espansionismo, rafforza il senso di alternativa: da una parte l’annessione respinta, dall’altra lo Stato rivendicato.
La dichiarazione si chiude, secondo il testo diffuso, con l’affermazione del rifiuto di «qualsiasi tentativo espansionistico israeliano». L’aggettivo «qualsiasi» estende la portata del rifiuto oltre i casi specifici menzionati: Libano meridionale e Linea Gialla a Gaza sono esempi, non l’orizzonte completo della condanna. È una formulazione che il ministero sceglie per non limitare la propria posizione ai singoli episodi contestati.
Quanto alla diffusione, SPA ha pubblicato il testo con l’indicazione oraria e la data. Non sono stati diffusi allegati, documenti di supporto o dichiarazioni aggiuntive di altri funzionari sauditi. Il ministero non ha indicato se la dichiarazione sia stata coordinata con altri Paesi o presentata in una sede multilaterale. Il testo, così come riportato dall’agenzia di stampa saudita, si esaurisce nella condanna delle pratiche ad Al-Aqsa, nel rifiuto delle violazioni del diritto internazionale, nella condanna delle dichiarazioni di annessione e nella riaffermazione del diritto palestinese allo Stato sui confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale.
Resta un punto che il testo non chiarisce: quali conseguenze il Regno intenda trarre dalla propria condanna. La dichiarazione enuncia posizioni, non misure. Non indica passi diplomatici, non menziona canali bilaterali o multilaterali, non fissa scadenze. Chi legge la nota diffusa da SPA trova una presa di posizione netta sul piano dei principi e nessun elemento operativo sul piano dell’azione. È questa, secondo il testo disponibile, la portata della dichiarazione: ferma nelle parole, priva di indicazioni sui seguiti.
Cosa ha condannato l’Arabia Saudita riguardo ad Al-Aqsa? Il Regno ha condannato con la massima fermezza le continue pratiche provocatorie dei funzionari dell’occupazione israeliana e di un gruppo di coloni estremisti presso la Moschea di Al-Aqsa. Secondo la dichiarazione del Ministero degli Affari Esteri riportata da SPA, tali pratiche includono violazioni della sacralità del sito e del suo status religioso e storico, compiute sotto la protezione delle forze di occupazione. Il ministero ha qualificato questi atti come violazioni del diritto internazionale che provocano i sentimenti dei musulmani di tutto il mondo.
Quali dichiarazioni israeliane sull’annessione sono state respinte? Il ministero ha condannato le dichiarazioni israeliane riguardanti l’annessione di aree nel Libano meridionale e di quelle che si estendono fino alla ‘Linea Gialla’ nella Striscia di Gaza. Il testo diffuso da SPA riferisce che il Regno afferma il proprio rifiuto di qualsiasi tentativo espansionistico israeliano. Non sono stati indicati nel dettaglio quali porzioni di territorio siano interessate, né le date o gli autori delle dichiarazioni contestate.
Quale soluzione politica ha ribadito il Regno per la questione palestinese? La dichiarazione sottolinea il diritto del popolo palestinese fratello di stabilire il proprio Stato indipendente sui confini del 1967, con Gerusalemme Est come sua capitale. È la posizione riaffermata dal Ministero degli Affari Esteri nel testo riportato da SPA. Il Regno collega questa rivendicazione al rifiuto delle dichiarazioni di annessione, presentando lo Stato palestinese come alternativa all’espansionismo contestato.
Quando e come è stata diffusa la dichiarazione saudita? La dichiarazione è stata diffusa lunedì, con data 28 settembre 2026 e indicazione di Riyadh come luogo di emissione. SPA ha riportato l’ora di pubblicazione: le 18:31 ora locale, corrispondenti alle 15:31 GMT. Il testo è stato reso noto attraverso il Ministero degli Affari Esteri. Non sono stati pubblicati i nomi dei firmatari né altri canali di trasmissione oltre alla diffusione da parte dell’agenzia di stampa saudita.
La dichiarazione prevede misure concrete o passi successivi? Il testo riportato da SPA non contiene riferimenti a misure concrete, sanzioni, iniziative diplomatiche o passi successivi. Non indica se il Regno abbia convocato ambasciatori, presentato reclami formali o proposto azioni in sedi internazionali. Non nomina organizzazioni internazionali specifiche né meccanismi di monitoraggio. Si tratta, secondo quanto diffuso, di una presa di posizione politica e giuridica espressa attraverso il Ministero degli Affari Esteri, ferma nei principi e priva di indicazioni operative sui seguiti.
Perché il ministero richiama i musulmani di tutto il mondo? Il ministero afferma che le violazioni della sacralità e dello status religioso e storico di Al-Aqsa provocano i sentimenti dei musulmani di tutto il mondo. Il richiamo collega la questione del santuario a una dimensione che va oltre il conflitto territoriale, richiamando la sensibilità religiosa di una comunità globale. Nella dichiarazione, questo passaggio segue la condanna delle pratiche e la qualificazione delle stesse come violazioni del diritto internazionale.





